DIAMO VOCE

La campagna sociale avviata dall'organizzazione "Coalizione Italiana libertà e diritti civili" ha coinvolto il presidente di Tempi Moderni

Omizzolo: “Le condizioni dei braccianti non sono migliorate, per molti lo sfruttamento è la regola”

Grazie alle lavoratrici e ai lavoratori agricoli, anche nelle fasi più acute della pandemia, abbiamo potuto continuare ad avere cibo in tavola normalmente. Però, contrariamente alle celebrazioni del momento, alla retorica non è stato corrisposto un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Per molti braccianti irregolarità e sfruttamento continuano ad essere la regola. Tutto questo è stato al centro di una campagna sociale “Amarsi un po” avviata dall’organizzazione “Coalizione Italiana libertà e diritti civili'” che ha, per l’occasione, ascoltato Marco Omizzolo presidente di Tempi moderni un centro studi che si occupa di ricerche anche di azioni sul tema delle migrazioni della Giustizia sociale della legalità.

“La narrazione retorica durante il lockdown del lavoratore bracciante straniero utile – spiega Marco Omizzolo – non solo non è arrivata, ma non si è neanche pensato di volerla far arrivare. Non si è pensato di dire grazie ai braccianti veicolando questo messaggio attraverso politiche di sostegno adeguato, si è semplicemente detto in italiano “grazie” e si è lasciati però lavorare questi ragazzi e queste ragazze alle condizioni tradizionali, se non peggiori.

“La regolarizzazione ha inciso in maniera superficiale, prevedeva il ruolo ancora attivo del padrone. Molti braccianti hanno chiesto di essere regolarizzati e di emergere dalla propria condizione chiedendo e rivolgendosi direttamente al padrone, quindi ripresentando quel rapporto di forza sbilanciato. Quando un bracciante ha il coraggio di denunciare, il suo nome è diffuso anche ai colleghi del padrone e quindi questo ha difficoltà a trovare lavoro presso altre aziende, viene considerato inaffidabile. Perché vi sia una reale ripartenza andrebbero fatte tre cose: cambiare in senso innovativo e aperto le leggi sull’immigrazione, riformare il mercato del lavoro e soprattutto dare spazio voce a quelle realtà associative più qualificate più professionali per costruire un welfare territoriale avanzato perché nessuno resti indietro o vittima di qualunque genere di padrone, anche quelli mafiosi. Senza questo non cambieremo nella sostanza il fenomeno”.

 

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