CRONACA

Rimosso il video che inneggiava al clan di Latina, Omizzolo: “ribellarsi al decadimento morale”

LATINA – È stato rimosso dopo poche ore il video pubblicato su YouTube che inneggiava al clan Travali di Latina. Il video, in cui compaiono diversi giovani, alcuni muniti di passamontagna, altri a viso scoperto, è finito all’attenzione della Questura di Latina che ora sta indagando su questo triste, avvilente e grave episodio.
Nel testo rap frasi inequivocabili: “Se sei in zona mia faccio bang bang bang”, oppure “Latina è cosa nostra”. Uno spaccato preoccupante che interessa Latina ma non solo. Un episodio che testimonia quanto sia, in certe zone del territorio pontino, stretto il legame che lega i clan locali al tessuto sociale. Solo la scorsa settimana la città di Latina era stata al centro delle cronache, nuovamente, per gli arresti dell’operazione Reset. E proprio a quegli arrestati il video inneggia e solidarizza. E’ un episodio su cui la comunità deve riflettere. Le operazioni di polizia da sole non bastano a cambiare una certa mentalità aggressiva, prepotente e che prende a modello un clan. Servono risposte politiche e civiche di livello che possano sradicare un certo modello culturale. Modello che la criminalità, il degrado e l’assenza delle istituzioni hanno contribuito a sviluppare in certi quartieri della provincia pontina.

Sulla vicenda è intervenuto anche Marco Omizzolo che da anni si batte contro mafie e criminalità del territorio.
“Lo “zio” cantato è uno dei boss mafiosi di Latina recentemente arrestato, espressione di una criminalità violenta, arrogante, determinata, contagiosa. Su quel clan, come sui Di Silvio, Ciarelli, Casamonica ho scritto molto. I loro affari sporchi hanno lesionato la tenuta e credibilità delle istituzioni locali, hanno ipotecato il futuro del territorio, hanno corroso la politica fino a farne laboratorio per i propri interessi criminali. Hanno sostenuto sindaci, eletto consiglieri, condizionato amministrazioni e società (comprese società sportive di altissimo livello come il Latina Calcio quando stava per arrivare in seria A). Hanno sempre usato le “lame” e le pistole, che sono sempre state la loro carta di identità. Il loro potere era smaccato, cafone, ignorante quanto pericoloso, pervasivo, contaminante. Si inseriscono dentro un vuoto denso di retoriche, simbolismo senza valore, violenza quale strumento per conquistare potere. In tanti hanno saputo e in pochissimi hanno parlato e scritto. Quando mi distrussero l’auto sotto casa, un importante esponente delle istituzioni di Latina mi chiamò dicendomi che, secondo lui, anziché qualche caporale o padrone come molti pensavano me compreso, erano proprio questi soggetti mafiosi che avevo mandato volutamente sotto l’occhio del ciclone mediatico e poi anche giudiziario, per darmi un segnale e indicarmi che la mia città era cosa loro. Provammo a capire meglio e in effetti alcuni di questi soggetti si incontravano proprio a poche centinaia di metri dalla casa dove abitavo. Stavano cercando di rafforzare la loro ragnatela di interessi e di potere e la mia presenza sollecitava, in loro, un’azione in qualche modo intimidatoria, che ovviamente fallì. Denunciai infatti tutto alla Questura e risposi indagando forse ancor meglio questo fenomeno. Le minacce non sono mai finite e, purtroppo, ancora vivo sotto vigilanza. A volte mi assento dalla provincia di Latina perché qualcuno vorrebbe “darmi fuoco in piazza” o “lasciarmi giù per terra” o “farmi vedere chi davvero comanda in questa provincia”. Non ho mai avuto paura di questi soggetti e dei loro metodi. La mia libertà vale più dei loro interessi e prepotenze. Ma osservare in questi casi dei ragazzini/e, giovanissimi, inneggiare con quel linguaggio e simbolismo al boss, chiamandolo addirittura “zio”, minacciando direttamente, alcuni vigliaccamente con il volto coperto ed altri altrettanto vigliaccamente con il volto riconoscibile, mi restituisce un senso di nausea, indignazione e sofferenza. Ho incontrato decine di ragazzi/e che hanno avuto il coraggio e la forza di ribellarsi ai padroni, padrini, caporali, ai violenti e ai loro mandanti. La differenza tra chi si ribella (Camus è uno dei miei autori preferiti) e chi invece accondiscende e partecipa a vario titolo alle mafie, indica che tutto è ancora in gioco. Nulla è finito, nulla è sconfitto per sempre. La strada da fare dipende ancora da noi. Prendere posizione significa impegnarsi (mi riferisco a Gramsci e a Ingrao che ce lo hanno insegnato) contro questo decadimento morale giovanissimo che è anche nel contempo una rifondazione, è l’unica risposta possibile contro le loro “lame” e “pistole”. vigliacche come i loro “parenti” prossimi, “zio” per primo. Questo Paese è casa nostra e non “cosa loro”.

@ RIPRODUZIONE RISERVATA