CRONACA

Il Tribunale di Latina ha riconosciuto colpevoli Giuseppe Costantini e sua madre Carmela Zappone

Gambizzò lo zio, condannato a 5 anni e mezzo di carcere

Il Pm aveva chiesto sette anni e mezzo. Il giudice ha derubricato il reato da tentato omicidio a lesioni

Cinque anni e mezzo di reclusione a Giuseppe Costantini e due anni e mezzo alla madre Carmela Zappone. I due imputati sono stati condannati in primo grado questo pomeriggio dal Tribunale di Latina per la gambizzazione di Vittorio Zappone, 50enne di Aprilia, ferito a colpi di pistola sull’uscio della sua abitazione, in via Londra, il 9 ottobre scorso. Secondo gli organi inquirenti a far aprire la porta alla vittima fu la sorella Carmela mentre a sparare fu il nipote Giuseppe Costantini. L’episodio suscitò grande clamore e sconcerto nel quartiere Toscanini. Vittorio Zappone venne ferito, riportando la frattura del femore, alla coscia sinistra da un colpo calibro 7.65 e venne ricoverato presso la clinica città di Aprilia. Nel corso degli accertamenti i carabinieri del Reparto territoriale di via Tiberio trovarono ben sei bossoli e grazie alla testimonianza di un militare fuori servizio che vide fuggire dal luogo dell’agguato un giovane incappucciato a bordo di una Opel Corsa, si misero sulle tracce del nipote Giuseppe Costantini. Poche ore dopo il suo ricovero all’ospedale cittadino, lo stesso Zappone indicò in suo nipote l’autore del ferimento. Costantini venne arrestato qualche giorno dopo nascosto in un appartamento di Aprilia. In un primo momento ai due imputati venne contestato il reato di tentato omicidio ed il pubblico ministero Valerio De Luca aveva chiesto condanne più pesanti, sette anni e mezzo per Giuseppe Costantini e cinque anni e mezzo per la madre Carmela Zappone. Il Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Pierfrancesco De Angelis, ha però derubricato il reato in lesioni volontarie e ridotto così le condanne. Il difensore degli imputati, l’avvocato Fabrizio D’Amico, attende ora le motivazioni della sentenza per poi fare ricorso alla Corte d’Appello di Roma. Si chiude cosi il primo capitolo di una torbida vicenda tutta interna ad una famiglia del territorio pontino.

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