CRONACA

APRILIA: Processo Assedio, è scontro sul metodo mafioso

APRILIA – E’ ripreso ieri mattina a Latina il processo Assedio. L’udienza, dinanzi al secondo collegio del tribunale pontino, presieduto dal giudice Francesca Zani, coadiuvata a latere dalle colleghe Clara Trapuzzano Molinaro e Renata Naso, ha visto ancora una volta la presenza dell’ex comandante del reparto territoriale dei carabinieri di Aprilia, il colonnello Riccardo Barbera. Fu lui nel 2018 ad avviare le indagini sul gruppo capeggiato da Patrizio Forniti, un lavoro imponente che ha poi portato all’arresto nel 2024 di oltre venti persone e al conseguente commissariamento per infiltrazione mafiosa del comune di Aprilia. Barbera ha risposto, nel controesame, alle domande degli avvocati difensori di Matteo Aitoro, Gianluca Micheli e di Nabil Salami e Yesenia Forniti. Tutte le difese hanno tentato di ridimensionare il ruolo dei propri assistiti nelle vicende illecite che hanno caratterizzato il gruppo guidato da Patrizio Forniti, il boss che ancora oggi è agli arresti in Marocco dopo un anno e mezzo di latitanza. “Anche se ai danni di Gianluca Micheli – ha spiegato il colonnello Barbera – non abbiamo mai operato alcun sequestro né lo abbiamo sorpreso in flagranza di reato né lo abbiamo intercettato direttamente, era uno dei pochi “privilegiati” a poter entrare a casa di Patrizio Forniti quando era agli arresti domiciliari. Ha preso parte a molte riunioni nella casa del boss situata in via Topazio. Questo, per noi investigatori, lo rende un attore importante e di spicco assoluto dell’organizzazione”. Talmente “dentro” le vicende del clan da essere ritenuto soggetto pericoloso. Una valutazione che, evidentemente, è stata poi condivisa dalla procura che nel novembre scorso ha richiesto ed ottenuto la sorveglianza speciale per i prossimi tre anni a carico del 56enne apriliano. A tentare di scardinare l’accusa di mafia è stato l’avvocato di Nabil Salami e di Yesenia Forniti. Secondo il loro legale, l’avvocato Marco Franco, non ci sarebbero le condizioni e a confermarlo sarebbero alcuni comportamenti sia degli affiliati al clan Forniti sia delle persone vicine al gruppo. Franco fa riferimento ad un paio di episodi, il pestaggio del “turco” ad opera di Salami e la richiesta da parte della vittima di riavere 7500 euro e il malessere espresso dalla famiglia Forniti verso alcuni “associati” al clan nel momento dell’arresto del boss. “Dopo il pestaggio avvenuto ad Anzio di Hasan Ozturk, il “turco”, Monica Montenero è letteralmente terrorizzata, impaurita e ordina alla figlia e al genero di restituire 7500 euro alla vittima. In un altro frangente, invece, la famiglia Forniti si lamenta del comportamento di alcune persone vicine al clan nel momento di difficoltà causato dall’arresto del boss. Una consorteria mafiosa si comporta così? Si dimostra impaurita e non ha il controllo sui propri affiliati? E’ evidente che qualcosa non torna”. “I soldi ad Ozturk vengono riconsegnati – ha replicato Barbera – dopo che Montenero si incontra con Giacomo Madaffari con cui trova un accordo. Secondo noi, Ozturk era un uomo vicino al clan Gallace e proprio l’agguato ai suoi danni compiuto da appartenenti al clan Forniti dimostra l’estrema pericolosità del sodalizio pontino. Anche la pretesa di riscuotere denaro dai propri affiliati è sintomatico del metodo mafioso”.

 

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