ATTUALITÀ

Rubrica a cura dell’Avvocato Penalista Luana Sciamanna, consulente penale nei Centri Antiviolenza “Piccoli Passi” Ariccia e “Ricomincio da me” Rocca Priora

Quarantena – Aumentano vessazioni e violenze contro le donne

Con le prescrizioni imposte a seguito dell’emergenza sanitaria del Covid-19 il nostro pensiero è andato spesso a tutte quelle donne per cui la casa è il luogo di consumazione di vessazioni e violenze.
Il timore di un aumento di casi di violenza domestica era piuttosto prevedibile, tenuto conto che l’isolamento di queste donne con i loro carnefici, le esponeva ad un rischio concreto di consumazione di reati ai loro danni.
E così è stato.
Già il 22 aprile in occasione della “Giornata nazionale della salute della donna” il Ministero della Salute aveva lanciato un allarme molto preoccupante: “ad aprile sono pervenute ai centri antiviolenza 1200 richieste di aiuto in più” in conseguenza dell’isolamento dovuto al Covid-19.
Ebbene, nonostante il dato già di per sè evidenziasse la gravità della situazione tanto da stimolare un’ l’importante campagna divulgativa di tutti i numeri utili per combattere l’isolamento e chiedere aiuto, nel mese di maggio la situazione non solo non è migliorata, ma le richieste di aiuto hanno subito una notevole impennata.
Questa volta è l’ISTAT a fare un resoconto dettagliato delle richieste di aiuto per violenza domestica denunciando un aumento del 73% di chiamate al numero nazionale 1522 rispetto allo stesso periodo del 2019.
Alcune di queste telefonate erano finalizzate solo a chiedere informazioni, ma le richieste di aiuto si aggirano comunque a circa 2.013, ben 59% in più dello scorso anno.
Per dare una lettura chiara di tutti questi dati occorrerà il giusto tempo, l’emergenza sanitaria in corso di per sè rappresenta un evento eccezionale, che probabilmente ha contribuito all’emersione di tante situazioni di violenza domestica sottaciute dalle donne, magari perchè la capacità di sopportazione aumenta quando il proprio carnefice non è costantemente chiuso in casa come, all’opposto, sta accadendo in questo periodo.
D’altro canto la stessa divulgazione degli strumenti di tutela delle vittime , che ha raggiunto buoni livelli di diffusione grazie anche ai social e alle emittenti televisive, ha consegnato nelle mani di molte donne la giusta consapevolezza che da un rapporto violento si puo’ e si deve uscire.
Molto, infatti, si è fatto in questi ultimi anni, soprattutto da ultimo con l’introduzione del Codice Rosso che ha suggellato un vero e proprio patto tra le Istituzioni e le Vittime di violenza di genere, che trovano nella Giustizia concreti strumenti di tutela, nonchè procedure rapide ed efficaci.
Tuttavia non possiamo sottacere come questo non basti, atteso che ancora si muore per mano di uomini violenti.
Nessuno strumento normativo, infatti, se non adeguatamente accompagnato da una profonda rivoluzione culturale, potrà mai ridurre a zero (unico dato accettabile) il numero di vittime di violenza di genere.
La forte connotazione maschilista della nostra cultura, certamente crea delle profonde resistenze al necessario cambiamento sociale che siamo chiamati a fare.
Parliamo al maschile, pensiamo al maschile, utilizziamo termini al maschile anche in riferimento a professioni ormai svolte in pari numero anche dalle donne (avvocato, medico, ingegnere), la nostra tradizione popolare è al maschile: ad una coppia che si sposa si augurano “figli maschi”; gli stereotipi e i modelli educativi applicati sui bambini vedono ancora le femmine alle prese con l’accudimento delle bambole e i maschi con le armi da supereroi.
Il corpo femminile è ancora considerato argomento di discussione sociale, il modo di vestirsi di una donna è ancora il paramento di valutazione per l’attribuzione di un giudizio di valore morale.
Ebbene, come se la quotidianità non bastasse a confermare quanto detto, in questi giorni abbiamo avuto l’ennesima prova di come si possa commettere un atto di violenza di genere, seppure non per come lo conosciamo nei fatti di cronaca, ai danni di una giovane donna: Silvia Romano.
A questo proposito è d’obbligo fare una riflessione, che non vuole avere nessuna velleità politica, anzi se ne guarda bene, ma che spinge chi scrive a cercare di comprendere meglio quanto accaduto.
Cosa induce alcuni ad ingiuriare e minacciare una donna che, a prescindere dalla ragione che non va certamente indagata in questa sede, decide di indossare un abito piuttosto che un altro?
Cosa spinge alcuni a ritenere questa scelta antifemminista, come se la libertà morale delle donne si misurasse nei centimetri che separano la gonna dal ginocchio?!
Non è la stessa Silvia Romano, al pari delle altre vittime di violenza, finita nel tritacarne di una società che ci vuole aderenti a degli stereotipi, per affermare il diritto ad essere trattati con il giusto rispetto?
Quello che va profondamente indagato, pertanto, è il modo in cui ancora oggi viene espresso il giudizio di valore sulle persone, distinte sostanzialmente per il sesso di appartenenza; circostanza, questa, che rappresenta il vero gap tra una normazione che va verso la completa tutela delle donne e una società che fatica ancora a comprendere da cosa vadano tutelate.

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